Quello che non uccide

1Titolo: Quello che non uccide. Millennium 4

Autore: David Lagercrantz

Trama: Da qualche tempo “Millennium” non naviga in buone acque e Mikael Blomkvist, il giornalista duro e puro a capo della celebre rivista d’inchiesta, non sembra più godere della popolarità di una volta. Sono in molti a spingere per un cambio di gestione e lo stesso Mikael comincia a chiedersi se la sua visione del giornalismo, per quanto bella e giusta, possa ancora funzionare. Mai come ora, avrebbe bisogno di uno scoop capace di risollevare le sorti del giornale insieme all’immagine – e al morale – del suo direttore responsabile. In una notte di bufera autunnale, una telefonata inattesa sembra finalmente promettere qualche rivelazione succosa. Frans Balder, un’autorità mondiale nel campo dell’intelligenza artificiale, genio dell’informatica capace di far somigliare i computer a degli esseri umani, chiede di vederlo subito. Un invito che Mikael Blomkvist non può ignorare, tanto più che Balder è in contatto con una super hacker che gli sta molto a cuore. Lisbeth Salander, la ragazza col tatuaggio della quale da troppo tempo non ha più notizie, torna così a incrociare la sua strada, guidandolo in una nuova caccia ai cattivi che punta al cuore stesso dell’Nsa, il servizio segreto americano che si occupa della sicurezza nazionale. Ma è un bambino incapace di parlare eppure incredibilmente dotato per i numeri e il disegno a custodire dentro di sé l’elemento decisivo

 

Anni fa qualcuno mi regalò il primo capitolo della saga Millenium.

Fu un po’ un caso e, sempre un po’ per caso io lo presi in mano e lo lessi.

Mi si aprì un mondo, un mondo diverso, macabro, totalmente lontano da quello che conoscevo tramite i gialli classici, gli americani per intenderci.

Caddi in un vortice alienante e possessivo, che è arrivato a condizionare molto le mie opinioni riguardo la scelta dei thriller da acquistare.

Larsson mi ha aperto le porte prima alla Lackërg e poi a Nesbø, portandomi in quello che mi piace definire il “mio universo malato”.

Per questo quando ho letto dell’uscita del nuovo capitolo della saga ero, almeno in parte, elettrizzata (l’altra parte era un po’ terrorizzata in realtà). Davvero sarebbero tornati i miei amati personaggi? Davvero sarebbe tornata la seducente scrittura di Larsson? Perché, in cuor mio, speravo in appunti recuperati del defunto autore, libri venuti fuori solo ora, anni dopo l’ultimo capolavoro scritto dall’uomo morto prima di vedere il successo della sua opera.

Ed invece no.

Perché il libro è frutto di una mente totalmente diversa, di dita che battono la tastiera in modo completamente diverso, di un cuore decisamente diverso.

Certo è che non è facile prendere la creatura di qualcuno e farla propria, ma, più semplicemente, non si potrebbe evitare di farlo?

David Lagercrantz sceglie una strada difficile da percorrere, molto.

Prende il mondo nato dal genio di Stieg Larsson, riporta in campo i nostri amati protagonisti e li fa ripartire da dove erano rimasti (un poco dopo per essere precisi).

Certo tira in mezzo qualche d’un altro, generando di personaggi nuovi, anche non male, ma che non hanno niente a che fare con le strepitose figure di Blomkvist, della Salander o, perché no, della Berger o di Bublanski.

È palese che non sia Stieg a scrivere. La dialettica, ma anche la sintassi e la costruzione delle frasi, sono, com’è ovvio, lontane da quelle che appaiono nei primi tre episodi della serie. Ma si potrebbe anche concepire un cambio se ne valesse la pena.

Il dramma sta proprio lì: ne vale la pena?

La risposta è un tragico no.

 

Non si può dire che sia un giallo brutto o mal costruito: le basi ci sono, l’idea in generale potrebbe anche essere interessante, ma manca il collante.

Abbiamo la storia del furto all’NsA, quella dell’omicidio, quella del genio della fisica e della matematica, quella del figlio del sopracitato genio che è autistico ma al contempo una mente fina, quella di Blomkvist, quella della Salander e quella di Millennium.

Caotico? Sì. Perché? Perché le storie, che dovrebbero essere collegate, non lo sono, o meglio non lo sono in modo appropriato.

Lagercrantz crea un intricato mondo di spionaggio industriale e potere internazionale ma senza dare un senso a ciò che si legge.

Forse ci sono troppe cose, troppi dati, troppi personaggi, troppe ipotesi. Insomma c’è qualcosa di troppo.

Un libro di 500 pagine non può permettersi di basarsi esclusivamente sulle perle d’azione o d’intelletto di due protagonisti che, tra l’altro, a tratti vengono trattati marginalmente.

In effetti sia Lisbeth che Mikael non vengono guardati col rispetto che meritano. A volte sono quasi considerati un surplus, un qualcosa che tanto è già stato spiegato e narrato e di cui si può fare a meno.

Il che tocca vette tragicomiche in quanto, davvero, gli unici momenti di piacere li ho provati scorrendo le sparate sarcastiche di Lisbeth o le piccole genialate da giornalista di Mikael.

Non voglio insegnare il mestiere a nessuno, ci mancherebbe, ma il rischio che si corre quando si vuole continuare una saga senza esserne l’autore originale è esattamente quello in cui cade Lagercrantz: cadere nell’insulso.

 

Una cosa che manca, quasi totalmente in questo volume è la violenza. O meglio, essa c’è ma poca, mal racconta e, soprattutto, mal vissuta.

Chi ha letto i primi tre libri ricorderà perfettamente la crudezza e la veridicità che Larsson utilizzava nel narrare scene di abusi (fisici o psicologici), omicidi, torture. La sua capacità, straordinaria peraltro, stava nel far entrare nella memoria del lettore alcune immagine indissolubili come a dire “Ti ho segnato”.

Chi non ha ancora davanti agli occhi lo stupro subito dalla Salander da parte del suo tutore e la successiva sadicissima vendetta perpetuata?

Troppo?

Beh non erano facili da leggere certi passaggi, eppure arrivavano allo scopo finale: essere impressi a fuoco nella testa di chi leggeva, così da capire il perché di tutto ciò che sarebbe accaduto dopo.

In “Quello che non uccide” non ci sono scene che rimangono impresse; e questo è un problema per un libro simile.

 

Ammetto che il personaggio di August Balder, il genio matematico autistico, figlio del più noto fisico, è, quantomeno, curioso.

Abusato, problematico, chiuso nel suo mondo, ma “savant” dalle capacità matematiche e artistiche non indifferenti. Perno delle avventure, disavventure e paranoie dei vari attori che scorrono sulla scena, August è forse il più credibile.

Una creatura totalmente del nuovo autore, un po’ di spicco rispetto al quadro generale, ma neanche lui basta per salvare questo libro dalla totale deriva.

 

Esiste, necessariamente, l’antagonista totale in quest’avventura. Un ritorno dal passato, con una personalità estremamente psicotica e anche relativamente affascinante, ma che, alla fin fine, no fa il salto di qualità. Manca lo “scatto della vittoria” quello che consente ad una figura negativa di volare nella classifica dei cattivi preferiti che esiste nel cuore di ogni giallista che si rispetti.

Thanos (così si fa chiamare) è una figura folle, senza empatia e totalmente condizionata dalla sua infanzia negativa. Eppure che ci sia o non ci sia il libro va’ avanti lo stesso, quasi come se non servisse. Mi domando: da quanto un malvagio non è indispensabile in una storia?

 

“Quello che non uccide” ha venduto, questo è certo, perché tutti i lettori di Millennium speravano, da anni in un quarto volume, una sorta di lieto fine per i due amati coprotagonisti, una “chiusura del cerchio”.

Ha venduto, ma non è stato in grado di scalfire il ricordo dei suoi tre predecessori.

Ha venduto, ma finisce lì

Ed ora, com’è ovvio, uscirà anche il film. Tipico.

Per correttezza di informazioni, bisogna dire che è uscito un ulteriore volume “L’uomo che inseguiva la sua ombra”, ma non riesco proprio a pensare di mettermi lì a leggerlo. Mi spiace.

 

 Lisbeth non dimenticava torti e soprusi. Lisbeth ristabiliva gli equilibri

 

Quello che non uccide, Farfalle GialloSvezia – Marsilio Editore 2015, pp 504, € 22.00

 

Questa recensione è stata originariamente pubblicata su Youbookers.

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Il Confessore

confTitolo: Il Confessore

 

Autore: Jo Nesbø


Trama:
 Il mondo di Sonny Lofthus è crollato il giorno in cui, tornando a casa, ha trovato il padre, un poliziotto, morto suicida. Ha cominciato a drogarsi. Ora non ha neanche trent’anni ed è in prigione da dodici per duplice omicidio. Eppure c’è qualcosa in lui che ispira fiducia, perché nel carcere di massima sicurezza di Staten i compagni lo considerano una specie di confessore; gli raccontano le loro storie. La sua esistenza è ormai tutta lí, non ha piú sogni né un’idea del futuro. Finché un detenuto gli rivela che in realtà suo padre è stato ucciso. In quel preciso istante Sonny riscopre una ragione per vivere e riacquistare la libertà: ha deciso di punire i colpevoli, uno alla volta.

 

Nesbø non è un autore qualunque. Non è un autore per tutti e, soprattutto, non è un autore a cui ci si può avvicinare senza esserne preparati. Avendo letto ogni volume, pubblicato in Italia, di questo autore, sono giunta a questo ultimo libro, con la consapevolezza di essere pronta a tutto, anche all’impossibile.

 

Eppure, ancora una volta, Jo è riuscito a stupire.

 

La storia si dipana intorno ai personaggi che l’autore sapientemente crea e distrugge, con una fermezza tangibile. Tutti sono protagonisti, coprotagonisti e antagonisti. Ogni uomo o donna che compare ha sfaccettature oscure e chiare, buone e cattive, determinanti e determinate. Jo, come con la saga di Hole, crea un personaggio forte e intenso, Sonny Lofthus. Un drogato, carcerato, chiuso in un continuo silenzio di quella che pare pace interiore, e, apparentemente, stordito dalla droga. Dai suoi “colleghi” di prigione viene, appunto, considerato un Confessore, perché ascolta e non parla, ma soprattutto non giudica e, alla fine di ogni sproloquio di un qualsiasi detenuto, pone la propria mano sulla testa come in un’assoluzione. Eppure dietro quella maschera di uomo devastato, si annida un potenziale genio. Perché Sonny, prima, non era così. Prima del Fatto. Prima della morte di suo padre, del suicidio di suo padre. Quell’uomo da sempre ammirato e amato, ammazzatosi perché era la Talpa della polizia. Sonny crolla in un grosso baratro tra la disperazione e l’autocommiserazione, arrivando a diventare un capro espiatorio più che un vero colpevole. Ma qualcuno cambia le sorti di questo giovane uomo. Uno dei detenuti più anziani gli rivela che, in realtà, suo padre è stato ucciso, proprio perché aveva scoperto chi fosse la talpa. Tutto ciò che la famiglia Lofthus aveva passato era per “colpa” di un uomo non corrotto, uno dei pochi rimasti. Così Sonny trova una nuova forza vitale: la vendetta. Perché niente può dare ad un uomo finito la forza giusta per uscire dal baratro quanto la vendetta. Ed, in effetti, il nostro protagonista, comincia a far trapelare la sua genialità, fin dal momento dell’evasione, creando una situazione perfettamente calibrata e assolutamente credibile per far uscire un uomo come lui. Per lui inizia un percorso lungo e tortuoso che, passo dopo passo, lo avvicinerà sempre di più a quello che vuole di più al mondo: vendicare suo padre.

 

Ma non esiste solo Sonny nel nostro racconto. Il meraviglioso talento di Nesbø è quello di portare sulla scena più personaggi e farli amare, o odiare, tutti, senza, o quasi, differenze d’importanza. Due meravigliose figure sono i poliziotti che iniziano a seguire le indagini. Simon Kefas è un poliziotto della vecchia guardia, ex collega di Lofthus Senior, con alle spalle dei problemi seri di gioco. Uno di quegli agenti tutti d’un pezzo, nonostante le difficoltà che lo accompagnano oggi giorno, tra gli acciacchi dell’età e una moglie che sta perdendo la vista ma che lui ama più della sua stessa vita, Else. Lei è quella che gli dà la forza di alzarsi al mattino, di mettersi in macchina e di affrontare la luce oscura del mondo. Una donna che, quando lui si è giocato anche i suoi risparmi, gli è rimasta a fianco lottando insieme quella terribile malattia che è la dipendenza (qualunque essa sia).

Kari Adel, invece, è l’ultima arrivata. Una giovane che punta a fare carriera e che ha ben poca intenzione di rimanere alla Omicidi tutta la vita. Non è saccente o poco modesta, è intelligente e sveglia, cosa che la fa apprezzare fin da subito, nonostante sia tanto diversa dal collega anziano a cui viene affidata, Kefas appunto. Kari è determinata, pronta, e ben presto capisce che il sessantenne che deve insegnarle il mestiere sa il fatto suo. Il loro diventa un lavoro di squadra ma non in modo “cinematografico”. Il rapporto che ne esce è studiato, ben calcolato, credibile e reale. Si crea una bella alchimia, una di quelle da piena fiducia.

 

In questo libro, come dicevo, i personaggi rilevanti sono molti. Oltre a questi tre, vi è Martha, una delle responsabili di uno degli alloggi pensati per i drogati che vivono per strada, che crea, con Sonny un rapporto strano, per cui lei vorrebbe davvero fidarsi, ma sa che non può; Arild Franck, il vicedirettore del carcere da cui Sonny evade e che, come si capisce fin dalle prime righe, è tutt’altro che un santo; solo per citarne altri due. In realtà ogni capitolo può riservare sorprese, rivelando personaggi nuovi, di passaggio, certamente, ma talmente intensi da fissarsi nella mente del lettore e non abbandonarlo. Il che, ammettiamolo, è una fortuna, perché il nostro Jo riesce ad incastrate talmente bene tutto quanto, che se ci si perde qualche nome per strada si rischia di non raccapezzarsi più vedendo sparire quel leggerissimo filo della matassa che lega tutta la storia.

 

Questo libro è reale, studiato e assolutamente credibile. Nei gialli di Nesbø non ci sono passaggi assurdi o campati per aria. Ogni riga, ogni prova, ogni frase, persino ogni fine capoverso, sono calibrati al millimetro. È vero che non è un giallo americano, veloce, immediato, a volte un po’ banale, ma è una sua caratteristica. Attenzione, non è mai prolisso, ma è attento a tutto ciò che esce dalla sua penna. Le descrizioni sono ricche ma non noiose, e, comunque, lasciano quel pizzico di libertà al lettore di immaginarsi i luoghi, ma soprattutto i personaggi, con qualche sfaccettatura personalizzata. Quello che c’è da sottolineare, soprattutto per chi non ha mai letto libri di questo scrittore, è che Nesbø “ci va’ giù pesante”. Quando si parla di morte, omicidi, finti suicidi, droga, armi e violenza, Jo è un maestro, perché è oggettivo. Non fa finti giri di parole o carambole di metafore, lui è cattivo.  Ammetto che in questo libro è stato più leggero che in altri (chi ha letto Il Leopardo o L’uomo di Neve capirà di cosa sto parlando) ma se siete per i gialli statunitensi non fa per voi. Questo è un giallo costruito alla Agatha Christie, dove i poliziotti non usano solo le mere prove scientifiche, ma attivano cervello, occhi, tatto, gusto e olfatto per scoprire il colpevole o la storia che c’è dietro. Niente è lasciato al caso, nessun personaggio viene presentato e smontato in poche righe, ognuno viene raccontato, narrato, aiutato ad emergere e poi, solo successivamente, annientato.

 

Amo moltissimo questo autore perché in ogni suo libro riesce ad intrappolarmi in un’ipnosi letteraria, creando aspettative mai rovinate, annientando i miei sentimenti e elevando la mia mente alla ricerca di soluzioni possibili. Il Confessore apre la strada ad una nuova saga che, mi auguro, abbia un enorme successo. Questo nuovo protagonista è disarmante, tagliente, ma al contempo è il personaggio più dolce e legato all’amore che venga presentato. Ovviamente, se pensate che sia un libro buonista, con un perfetto lieto fine, non prendetelo neanche in considerazione. Il “Lieto Fine” di Nesbø non corrisponde propriamente al concetto classico che ci hanno insegnato a capire. Se però volete emozionarvi, stare attaccati alle pagine e siete stufi di capire gli assassini dopo dodici pagine, beh, io vi consiglio vivamente di leggerlo.

 

Quella casa, per quanto riusciva a ricordare, era sempre stata disabitata. Ovviamente i suoi ricordi risalivano a quando aveva cinque anni, da allori ne erano trascorsi sette. Tuttavia non c’era da stupirsi se rimaneva vuota. Chi mai avrebbe voluto abitare in una casa dove qualcuno si era suicidato?

 

Il Confessore, Stile Libero Big – Einaudi, 2014, pp. 542, € 21,00.

 

Questa recensione è stata originariamente pubblicata su Youbookers.

Ragazze Mancine

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Titolo: Ragazze Mancine

Autore: Stefania Bertola

Trama: Adele ha trentadue anni e non ha mai lavorato un giorno in vita sua. Una mattina si sveglia e scopre che il suo mondo non esiste più: il marito ha dichiarato fallimento, ha prosciugato i conti in banca ed è scappato con l’amante. Come regalo d’addio le ha lasciato il gigantesco cane della sua nuova fidanzata. Ed è proprio mentre Adele tenta di liberarsene che una ragazza con una bambina in braccio le si fionda in macchina… Inizia così il nuovo romanzo di Stefania Bertola, con l’incontro-scontro tra due donne che non potrebbero essere più distanti: una pare uscita da una versione biellese di Beautiful, l’altra è ecocompatibile e spontaneamente zen, generatrice automatica di guai. Costrette dal destino a dividere una casa, alcune insidie, un’accanita nemica e un affascinante bugiardo, ciascuna imparerà dall’altra a ribaltare le proprie certezze. Un romanzo che trabocca di allegria e intelligenza, capace di attraversare i generi per andare spavaldo dove vuole.

 

Per essere bello un libro non deve necessariamente essere impegnato. Anzi. Capita spesso di trovare dei volumi molto godili che fanno davvero ridere dall’inizio alla fine. Certo, occorre scegliere con oculatezza, vagliando autori che sappiano divertire, far riflettere ma, soprattutto, scrivere: è il caso di Stefania Bertola.

Torinese, nota ai più grazie alle sue commedie brillanti racchiuse tra le pagine di svariati libri, Stefania ci porta sempre nelle vie della capitale Sabauda presentandoci protagonisti in cui immedesimarsi è più facile che bere un caffè.

Ultimo in ordine di lettura, ma meno nuovo rispetto ad altri, è stato “Ragazze Mancine”, edito da Einaudi, in una conveniente edizione tascabile.

Stefania ci porta in un doppio universo femminile, presentandoci due donne estremamente diverse tra loro ma che, in un certo qual modo, hanno la straordinaria capacità di completarsi.

Ed è bellissimo.

Perché si dice sempre che le donne non sappiano collaborare, facciano fatica ad essere vere amiche tra loro, siano più perfide (che poi è anche vero), ma l’autrice ci fa vedere l’altro lato della medaglia. Ci fa scoprire come un’amicizia possa nascere anche dalle situazioni più assurde, più paradossali e meno ordinarie.

La Bertola non è mai prolissa, ma ci rende perfettamente consapevoli di dove siamo, cosa vediamo e che stiamo facendo, soprattutto grazie alla scelta della prima persona per la narrazione. Il testo è divertente e pungente, con dei picchi di ironia e sarcasmo che allietano il lettore e lo rendono curioso di proseguire, di scoprire una pagina ancora prima di posarlo. È un libro che si legge velocemente in quanto scorrevole, dinamico, mai noioso. La storia è semplice, lineare, ma con qualche giusto azzardo per mantenere sempre alta l’attenzione.

Qualcuno potrebbe dire che non è un “testo impegnato”. E quindi? Un libro per essere bello deve, obbligatoriamente, essere serioso?

Io, da buona lettrice onnivora, passo da tomi molto “impegnativi” (termine che piace tanto ai critici) a volumi freschi, leggeri, “da ombrellone”. È chiaro però che debbano essere sempre scritti bene, di livello e pieni di entusiasmo, altrimenti finiscono nl dimenticatoio dopo poche righe.

Stefania Bertola riesce, in ogni volume che scrive, ad essere perfettamente adorabile. “Ragazze mancine” è un libro fatto di risate, emozioni e pura realtà, accompagnando i personaggi in giro per le strade e le colline di Torino, luoghi conosciuti e apprezzati, ricercati ogni volta che visito la città.

– Davanti al cimitero, non proprio dentro. Devo sostituire l’aiutante di una fioraia.
Eccolo! Ecco il lavoro giusto per me, quello che si adatta perfettamente al mio stato d’animo attuale: sostituire la fioraia di un cimitero. Se piovesse anche, sarebbe il massimo.
– Ci vado io. Mi piace sostituire fioraie.
– L’hai già fatto?
– Solo nei miei sogni.

Ragazze Mancine, I Coralli – Einaudi Editore, 2013, pp.288, € 18.50

 

 

 

Un nuovo inizio

Ho deciso di iniziare un nuovo viaggio, una nuova avventura.

Un viaggio che mi porterà, nuovamente, a recensire i libri che passano sotto i miei occhi con la speranza di trasmettere ai miei follower le stesse emozioni che le righe di grandi e piccoli autori hanno scaturito in me.

Perché?

Perché leggere è bellissimo, ma quando si può condividere questa esperienza con qualche altra persona, diventa straordinario.

Dopotutto, come ha scritto un autore che amo infinitamente:

“Ogni libro, ogni volume possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.” – Carlos Ruiz Zafón

Buon viaggio a noi